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SATANA IN  SARDEGNA

Morti misteriose, istigazioni al suicidio, e giovani adescati al satanismo nelle campagne sarde, nella denuncia di Marco Meloni

Questa è la facciata frontale della chiesetta di San Rocco, a Collinas, il paese dove vive Marco Meloni. E’ stata restaurata nel 2000 da suo zio. Sono stati messi, nella colonna in pietra, 18 elementi (6+6+6 – 666 è notoriamente il simbolo dell’Anticristo, o Bestia dell’Apocalisse, è dunque il numero satanico per eccellenza). E il giorno di San Rocco, del 1986, è proprio il giorno in cui i satanisti del luogo operarono la loro prima induzione al suicidio. Usano spesso questi simboli, anche numerici. La colonna nella parte posteriore invece ha 11 elementi, e 11 è un altro numero usato frequentemente nei circoli esoterico-massonico-satanici. Ha il significato, per loro, di giustizia, naturalmente giustizia satanica. Anche la data dell’11 settembre 2001, giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, opera della Ur-Lodge massonica “Hathor Pentalpha”, ha questo significato esoterico.

INTRODUZIONE

Questo è un documento eccezionale, anche se non è una novità assoluta. E’ infatti un primo riassunto di una vicenda che è stata riportata in una denuncia che è al vaglio della magistratura competente dal 2015. E’ poco nota al pubblico nazionale, ma è importante che venga conosciuta dai più. Documenta come il satanismo non si possa ormai più considerare cosa che riguardi poche persone, ma cominci invece ad assumere preoccupanti caratteri di massa, un virus che comincia a minacciare da vicino, presumibilmente non solo nelle campagne sarde, i nostri giovani. Esserne coscienti e documentati è il primo passo per combattere adeguatamente il fenomeno.

Se DIO vuole, approfondiremo l’argomento in altre puntate.

Ecco la testimonianza di Marco Meloni.

Mi chiamo Marco Meloni e sono nato a Cagliari il 27 aprile 1986.

Se dalla mia data di nascita torno indietro di nove mesi viene fuori che son stato concepito il 31 luglio 1985. Il 31 luglio per i satanisti è giorno di festa (sabba).

Potrebbe sembrare una coincidenza, ma se vado a vedere le date di nascita dei miei familiari viene fuori che mio padre, suo fratello cioè dunque mio zio, e mia cugina, son stati tutti concepiti il 21 marzo che è un altro giorno di sabba. Mia madre per il sabba del 22 novembre. Mia zia per quello del 31 luglio. E così via.

Ma l’esser stati concepiti in giorno di sabba non è una caratteristica solo dei miei famigliari, ma è un fenomeno molto diffuso quantomeno nelle ex province del Medio Campidano e Iglesias-Carbonia. In tutta questa zona i membri delle sette sataniche sono riconoscibili dall’esser stati concepiti, o per un sabba satanico, o il giorno delle feste religiose dei relativi paeselli, questo perché i satanisti, in contrapposizione a molte feste cattoliche, celebrano nello stesso giorno un sabba satanico.

Vi invito, se avete la possibilità, a controllare quanto ho scritto. Se avete la possibilità di conoscere le date di nascita di qualcuno in queste zone della Sardegna del sud (potete chiederglielo con la scusa degli auguri, cercare i post degli auguri sul loro profilo facebook, etc etc) scoprirete che esistono gruppi di persone, spesso imparentate, che sono state concepite o in occasione di un sabba satanico o in occasione di una festa paesana. Se vi capita una persona sola la cui data di concepimento è un sabba, si tratta di una coincidenza; se ve ne capitano tante, imparentate, che si frequentano abitualmente, o della stessa zona, allora la probabilità che queste persone facciano parte di una delle tante sette sataniche del sud Sardegna è quasi certa.

Ma le particolarità nella scelta delle date non sta solo in quelle di nascita, ma anche in quelle di… morte.

Spesso nei riti delle sette sataniche succede che una loro vittima si “suicidi”, e questo a mo’ di “battesimo” per i nuovi adepti.

Solo nel paese dove vivo io, Collinas, che conta 800 abitanti circa abbiamo avuto 3 induzioni a suicidio e la morte di una vittima a cui avevano già fatto induzioni a suicidio senza morte (in pratica uno o più membri della setta fingono di salvarlo mentre tenta il suicidio), tutte o in occasione di feste religiose cattoliche, o in giorno di sabba.

– M.R. è morto il 16 agosto 1986, giorno in cui a Collinas si festeggia San Rocco. Il giorno era sabato. E’ morto per impiccagione.

– T.G. è morto il 21 novembre 1998, giorno prima del sabato in cui i satanisti festeggiano il sabba del 22 novembre. Il giorno era sabato. E’ morto dandosi una fucilata alla testa.

– U.M. è morto il 14 febbraio 2009, giorno di San Valentino, in circostanze poco chiare, ma aveva meno di 40 anni. Il giorno era sabato.

– Sua madre muore l’anno dopo il giorno del Lunedì dell’Angelo 2010. Muore buttandosi in un pozzo.

Collinas, in Sardegna, il paese dove vive Marco Meloni, infestato da una setta satanica

L’ultimo suicidio non è di sabato, ma sempre di giorno festivo, in modo tale che chi in settimana lavora possa assistere al suicidio, che è parte del rituale.

Le prime tre morti sono avvenute tutte in annate nelle quali i sabba del 21 marzo e del 31 ottobre capitano nel week end; in queste annate che capitano in 2 anni consecutivi (esempi: 1986-87; 1992-93; 1998-99; 2003-04; 2008-09; 2014-15) si svolgono le cerimonie in cui vengono “battezzati” i nuovi adepti. Questo perché i nuovi adepti sono tutti tra i 14 e i 19 anni, e se venissero battezzati ogni anno ci sarebbe il rischio di venuta a conoscenza non voluta dell’organizzazione, in quanto i giovani hanno l’attitudine a parlare di una cosa del genere tra loro, e questo inficerebbe il meccanismo psico-pedagogico tramite il quale viene effettuato il rovesciamento dei valori per giovani che sono stati educati come cristiani dalle famiglie e dalla società. Oltretutto, se un gruppo di persone numeroso effettua l’adesione a quest’organizzazione, i meccanismi di resistenza all’indottrinamento vengono meno in quanto “se lo fanno tutti che problema vuoi che ci sia?”.

Di queste 4 vittime uno solo non era seguito dal centro di salute mentale di Sanluri, quello che si è sparato alla testa, perché lasciare nelle mani di un “malato di mente” un calibro 12 da caccia avrebbe potuto generare problemi legali. E’ comunque abbastanza noto che attorno alla sua camera il giorno in cui si è tolto la vita ci fossero nelle vicinanze parecchie persone del paese adolescenti o poco più.

I centri di salute mentale, dove lavorano molti di questi satanisti, forniscono una copertura a queste induzioni al suicidio, facendole passare per il frutto di problemi psichiatrici. Inoltre durante l’arco di vita precedente alla morte delle vittime, queste sono ridotte in schiavitù (art 600 c.p.) e i CSM  locali sono una delle parti che contribuiscono al perpetrarsi di questo crimine.

Il feticismo delle date dei satanisti si manifesta non solo nei concepimenti e nella morte delle loro vittime, ma anche nella morte degli adepti.

Di tanto in tanto compiono riti nei quali alcuni membri, in età avanzata, scelgono di immolarsi per la loro setta.

Sempre a Collinas abbiamo avuto la morte di uno che in giro per il paese aveva la fama di pederasta,  il giorno 11 settembre 2005. Questo feticismo dei numeri sta nella somma della data giorno+mese=11, ed in quella giorno+mese+anno=18(6+6+6). 18 ed 11 sono dei numeri legati al loro esoterismo (666 è notoriamente il numero legato all’Anticristo, alla Bestia dell’Apocalisse, ecc). I numeri che loro considerano sacri o simbolici, o che sono comunque sono legati al loro credo sono, per quanto ne sappia io fino ad oggi nel 2018, 6 (Satana), 8 (Morte), 11 (Giustizia), 13 (Morte), 18 (Satana), 21 (Fortuna).

Il lettore, a prima vista, può avere l’impressione di trovarsi di fronte ad un complottismo esasperato. Ma M.R., ad esempio, morto nel 1986, aveva come somma della data di nascita giorno + mese 8 (Morte) in quanto nato il 22/12/1953.

T.G., morto nel 1998, aveva come somma giorno + mese = 13 (Morte) in quanto nato il 14/08/1968.

U.M., morto nel 2009, aveva come somma 11 (Giustizia), mentre sua madre non aveva questa caratteristica nella data di nascita, in quanto trasferitasi in Sardegna in giovane età da La Spezia.

Io sono nato il 27/04/1986, ed ho subito due tentativi di induzione a suicidio ambedue falliti, uno nel 2004 ed uno nel 2014, ambedue annate i cui sabba del 21 marzo e 31 ottobre capitano nel fine settimana.

E’ anche risultato a me evidente che spesso costoro utilizzano sostanze per anticipare il parto, ed è altrettanto evidente come abbiano avuto, e probabilmente hanno ancora, personale sanitario loro complice. Se si facessero indagini serie sulle assunzioni del personale sanitario che viene assunto nella Asl di Sanluri, si scoprirebbero coincidenze incredibili. Ad esempio, il Direttore Sanitario Franco Cannas (nato il 8/12/1945, somma 11), che lascia la carica di direttore, e poco dopo subentra il figlio (nato il 26/12/1973, quindi concepito il giorno del sabba del 21 marzo)… Insomma, una vera e propria monarchia ereditaria.

Altri aspetti che fanno riflettere sui legami con la sanità sarda delle sette del sud Sardegna, riguardano le vicende che sono seguite al fatto che io nel 2007 abbia conosciuto persone ed organizzazioni che sono venute a conoscenza delle mie vicende, e che ciò quindi aumentava il rischio da parte di chiunque di venire a conoscenza di tutti questi particolari, e dunque anche dell’associazione a delinquere che ne è protagonista.

Ai primi di marzo 2007 avviene questo mio “primo contatto” con queste persone. Pochi mesi dopo, mia madre e suo fratello interrompono contemporaneamente le cure che seguivano fin dagli anni ’80 per la Malattia di Wilson, col risultato che a mia madre subentra una cirrosi irreversibile ma controllabile, mentre suo fratello muore. Il fatto che abbiano abbandonato le cure contemporaneamente non ha però, stranamente, destato nessun sospetto nel personale delle Asl di Sanluri e Cagliari dove erano in cura.

Molto probabilmente sono state una morte ed un invalidità decise a tavolino dalla setta come “pena” per aver lasciato che io spiegassi ad alcune associazioni di cittadini una piccolissima parte dei fatti qui esposti.

Marco Meloni.

Oltre a loro due, anche un parente stretto di un mio zio acquisito si è tolto la vita tramite impiccagione, e anche questo è un fatto inquadrabile anch’esso in quest’ottica. D’altronde, questi signori programmano anche dei suicidi all’interno della loro stessa setta, visto che per i loro membri è abbastanza accettabile il dover morire come “pena” per aver fatto rischiare il carcere a centinaia di persone.

La morte di quest’ultimo, P.S., membro della Brigata Sassari, avvenuta il 27/11/2012 per impiccagione, porta alla luce un modo di agire comune ai satanisti sardi prima di morire (che sia per cause naturali o meno): questi satanisti, conoscendo in anticipo la prossimità della loro morte, prima che questa avvenga si lavorano psicologicamente le future vittime della propria organizzazione, in modo che il loro disturbo mentale, che è una delle cause del loro essere ridotti in schiavitù (art. 600 c.p.), aumenti, per essere poi utilizzato dagli altri membri satanisti che restano in vita. Infatti, ad esempio, P.S., poco prima di morire, ha avvicinato una vittima di Collinas e gli ha detto “me ne andrò prima dei miei genitori”. Pochi giorni dopo si tolse la vita, ma non prima di aver partecipato alla traumatizzazione della stessa futura vittima, avvenuta nelle campagne circostanti, quando gli fecero trovare un cadavere. La frase “me ne andrò prima dei miei genitori” non era casuale, perché la vittima era un conoscente del succitato U.M., morto il giorno di San Valentino del 2009, e che anche lui pronunciò questa frase qualche tempo prima della sua morte.

Questa stessa vittima venne avvicinata dalla persona sopra citata avente fama di pederasta, e morto l’11/09/2005, la quale gli disse di aver avuto rapporti sessuali con sua madre e con sua sorella. Pochi giorni dopo morì. Vista la fama della persona, queste parole, che fossero state corrispondenti al vero oppure no, avevano lo scopo di creare un trauma nella mente di P.P., vittima poi appunto dei satanisti di Collinas. E’ infatti noto che la creazione di traumi è un prerequisito psicologico indispensabile per poter avviare nella psiche della vittima un percorso di riduzione in schiavitù, e non solo.

Anche altre persone, sempre di Collinas, fecero lo stesso lavoro con P.P., prima di morire, ma non qui non mi dilungo oltre.

Sempre allo stesso P.P., poco dopo che un suo cugino di un paese qui vicino, Sardara, si suicidò (quasi sicuramente anche lui vittima dei satanisti; purtroppo non so dove si trovi la sua tomba, ma scommetterei che è morto anche lui di sabato, magari anche di un giorno festivo), venne fatto assistere ad una conversazione, in cui la madre e lo zio affermavano che la morte di suo cugino era colpa sua.

Da parte mia, ho cercato di far capire a queste persone, e nella mia zona sono tante, che hanno subito una cospirazione funzionale al loro sfruttamento a fini satanici, ma è un impresa in cui non sono minimamente riuscito, pur avendoci provato per anni. Il lavaggio del cervello che esse hanno subito è talmente profondo che i giudizi che la setta inculca loro, tramite parenti, conoscenti, autorità di vari tipi, sono impossibili da modificare nemmeno quando vengono messi di fronte alla realtà, che è tutt’altra. Ma se è vero, come è vero, che il lavaggio del cervello che subiscono è talmente profondo che li porta al suicidio, figuriamoci come sia difficile rimuovere certe idee molto meno folli. Io, da solo, non son riuscito a spiegare loro ne la realtà che li circonda, nè la loro condizione, e perciò sono costretto ad aspettare che a parlare di queste cose, oltre a me, siano giudici e magistrati in un tribunale.

La mia prima denuncia, a cui sono seguite integrazioni, è stata dell’8 luglio 2015.

In essa ho fornito più di 5 gigabyte di materiale documentale riguardante i reati di riduzione in schiavitù ai danni di alcune persone del mio paese, più il tentativo fatto nei miei confronti, più varie truffe o tentativi da parte anche di personale del Comune di Collinas, della Asl di Sanluri, di alcune Onlus,  più minacce e violenze nei confronti miei o di cose di mia proprietà. Ad esempio ci sono video nei quali vengo minacciato con una roncola, e video dove mi sfondano il cancello di casa dopo avermi minacciato, ci sono testimonianze di minacce subite da altri, ci sono test antidroga attestanti la presenza di elevatissime quantità di THC (cannabis) somministratemi a mia insaputa nel periodo precedente l’induzione a suicidio da me subita il 22/12/2014, denunciata assieme a quelle avvenute dal 1986 ad oggi a Collinas, e vario altro materiale.

Attendo fiducioso il processo.

N.B.  – Chi vuole, può contattare Marco Meloni sul suo profilo Facebook, o alla sua mail:

marcomeloniposta°gmail.com  .

PASOLINI E L’ABORTO

“E’ un omicidio”

Pier Paolo Pasolini alla Torre di Chia, nel viterbese.

Comunemente, per quanto valgano poco possano valere ancor oggi le distinzioni fra “destra” e “sinistra”, si ritiene che le persone favorevoli all’aborto siano “di sinistra”, e quelle contrarie, invece, “di destra”.

Pier Paolo Pasolini, anche su questo argomento (in occasione di alcuni fra i tanti referendum proposti negli anni dal Partito Radicale), si dimostrò avversario irrinunciabile di ogni forma di conformismo e di pensiero unico, anche se ai suoi tempi era appena agli albori.

In questo articolo, che fa parte di quella memorabile serie di capolavori di giornalismo d’opinione che furono i suoi “Scritti corsari”, pubblicati sul Corriere della Sera, affonda il coltello proprio in quel conformismo “di sinistra” che lui solo, di formazione culturale fortemente influenzata dal marxismo, vedeva già chiaramente delinearsi.

L’aborto è per lui, preliminarmente e senza dubbio alcuno, una “legalizzazione dell’omicidio”, e questo suo giudizio a riguardo è talmente netto ed inequivocabile che, giudicandolo cosa del tutto ovvia e indiscutibile, passa subito a parlare d’altro.

Quello che era la “sinistra”, in effetti, non poteva e non doveva che essere, per lui, innanzitutto difesa della vita, prima ancora di qualsiasi rivendicazione, vera o presunta che fosse, di libertà individuale.

Fu naturalmente osteggiato da tutti gli esponenti più illustri della “sinistra” di allora, come Alberto Moravia, Italo Calvino, Elsa Morante. La sinistra, che era già “istituzionale” allora, e che si stava già decisamente allontanando dalla autentica vicinanza al popolo. Ma lui, ancor prima di sentire le loro critiche, li aveva già definiti, in fondo all’articolo, “privi della virile e razionale capacità di comprensione”. E scusate se è poco.

Il resto dello scritto, per chi lo leggerà tutto, rappresenta un vero e proprio tuffo nell’intelligenza pura di Pasolini, che nel suo caso, coniugandosi ad una sensibilità e ad una schiettezza umana formidabili, raggiunge livelli a mio parere tuttora ineguagliati, almeno in Italia.

Buona lettura.

Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gl’uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo.

Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla “maggioranza” – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere, ne ha creata una altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente “diversi” sono finiti là dentro). E’ vero; a parole, il nuovo potere estende la sua tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, prima o poi, se ne parli pubblicamente. Del resto le élites sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioé, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno caratterizzato l’intera sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. E’ questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata. Ora tutti, dai radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioé il coito. Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli) senza vedere gli stessi segni anche nel loro immediato precedente, anzi, nella sua “causa”, nel coito. Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito un obbligo sociale) mentre il contesto politico di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio era scandalo). Ecco dunque un primo errore di Realpolitik, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buona fede, su questo sarebbe folle discutere). Il secondo errore, più grave, è il seguente. I radicali e gli altri progressisti che si battono in prima fila per la legalizzazione dell’aborto – dopo averlo isolato dal coito – lo immettono in una problematica strettamente contingente (nella fattispecie, italiana), e, addirittura, interlocutoria. Lo riducono a un caso di pura praticità, da affrontare appunto con spirito pratico. Ma ciò (come essi sanno bene) è sempre colpevole. Il contesto in cui bisogna inserire il problema dell’aborto è ben più ampio e va ben oltre l’ideologia dei partiti (che distruggerebbero se stessi se l’accettassero: cfr. Breviario di ecologia di Alfredo Todisco). Il contesto in cui va inserito l’aborto è quello appunto ecologico: è la tragedia demografica, che, in un orizzonte ecologico, si presenta come la più grave minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. In tale contesto la figura – etica e legale – dell’aborto cambia forma e natura: e, in un certo senso, può anche esserne gratificata una forma di legalizzazione. Se i legislatori non arrivassero sempre in ritardo, e non fossero cupamente sordi all’immaginazione per restare fedeli al loro buon senso e alla propria astrazione pragmatica, potrebbero risolvere tutto rubricando il reato dell’aborto in quello più vasto dell’eutanasia, privilegiandolo di una particolare serie di “attenuanti” di carattere appunto ecologico. Non per questo cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza. Ed è questo il principio che i miei amici radicali dovrebbero difendere, anziché buttarsi (con onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma alquanto pietistico, di ragazze madri o di femministe angosciate in realtà da “altro” (e di più grave e serio). Qual’è il quadro, in realtà, in cui la nuova figura del reato di eutanasia, dovrebbe iscriversi? Eccolo: un tempo la coppia era benedetta, oggi è maledetta. La convenzione e i giornalisti imbecilli continuano a intenerirsi sulla “coppietta” (in tal modo, abominevolmente, la chiamano), non accorgendosi che si tratta di un piccolo patto criminale. E così i matrimoni: un tempo essi erano feste, e la stessa loro istituzionalità – così stupida e sinistra – era meno forte del fatto che lì istituiva, un fatto, appunto, felice, festoso. Ora invece i matrimoni sembrano tutti dei grigi e affettati riti funebri. La ragione di queste cose terribili che dico è chiara: un tempo la “specie” doveva lottare per sopravvivere, quindi le nascite “dovevano” superare le morti. Quindi ogni figlio che un tempo nasceva, essendo garanzia di vita, era benedetto: ogni figlio che invece nasce oggi, è un contributo all’autodistruzione dell’umanità, e quindi è maledetto. Siamo così giunti al paradosso che ciò che si diceva contro natura è naturale, e ciò che si diceva naturale è contro natura. Ricordo che De Marsico (collaboratore del Codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film, ha dato del “porco” a Braibanti dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza. In conclusione: prima dell’universo del parto e dell’aborto c’è l’universo del coito: ed è l’universo del coito a formare e condizionare l’universo del parto e dell’aborto. Chi si occupa politicamente dell’universo del parto e dell’aborto non può considerare ontologico l’universo del coito – e non metterlo dunque in discussione – se non a patto di essere qualunquistico e meschinamente realistico. Ho già abbozzato come si configura oggi in Italia l’universo del coito, ma voglio, per concludere, riassumerlo. Tale universo include una maggioranza totalmente passiva e nel tempo stesso violenta, che considera intoccabili tutte le sue istituzioni, scritte e non scritte. Il suo fondo è tutt’ora clerico-fascista con tutti gl’annessi luoghi comuni. L’idea dell’assoluto privilegio della normalità è tanto naturale quanto volgare e addirittura criminale. Tutto vi è precostituito e conformistico, e si configura come un “diritto”: anche ciò che si oppone a tale “diritto” (compresa la tragicità e il mistero impliciti nell’atto sessuale) viene assunto conformisticamente. Per inerzia la guida di tutta questa violenza maggioritaria è ancora la Chiesa cattolica. Anche nelle sue punte progressiste e avanzate (si legga il capitoletto, atroce, a pag. 323 de La Chiesa e la sessualità del progressista e avanzato S.H. Pfurtner). Senonché… senonché nell’ultimo decennio è intervenuta la civiltà dei consumi, cioé un nuovo potere falsamente tollerante che ha rilanciato in scala enorme la “coppia” privilegiandola di tutti i diritti del suo conformismo. A tale potere non interessa però una coppia creatrice di prole (proletaria), ma una coppia consumatrice (piccolo borghese): in pectore, esso ha già l’idea della legalizzazione dell’aborto (come aveva già l’idea della ratificazione del divorzio). Non mi risulta che gli abortisti, in relazione al problema dell’aborto, abbiano messo in discussione tutto questo. Mi risulta invece che essi, in relazione all’aborto, tacciano del coito, e ne accettino dunque – per Realpolitik, ripeto, in un silenzio dunque diplomatico e dunque colpevole – la sua totale istituzionalità, irremovibile e “naturale”. La mia opinione estremamente ragionevole invece è questa: anzicché lottare contro la società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioé sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte “ritardate” : ma almeno quella sul “piano del coito” ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni. C’è da lottare, prima di tutto contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni “reali” riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale etc.. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza. Tutto ciò è utopistico? E’ folle pensare che una “autorità” compaia al video reclamizzando “diverse” tecniche amatorie? Ebbene, non sono certo gl’uomini con cui io qui polemizzo che debbono spaventarsi di questa difficoltà. Per quanto io ne so, per essi ciò che conta è il rigore del principio di democratico, non il dato di fatto (com’è invece brutalmente, per qualsiasi partito politico). Infine molti – privi della virile e razionale capacità di comprensione – accuseranno questo mio intervento di essere personale, particolare, minoritario. Ebbene?

Pier Paolo Pasolini   (Corriere della Sera, 19 gennaio 1975)

COMANDANTE BERGOGLIO

Per la prima volta, un musulmano scrive un libro su un papa cattolico

La copertina del libro.

Già disponibile presso il sito www.youcanprint.it,
e già ordinabile in tute le librerie d’Italia e su Amazon.

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Per la prima volta, un musulmano scrive un libro su un pontefice cattolico.

Il pontificato di Papa Francesco viene visto come un vero e proprio programma politico-sociale universale di liberazione dei popoli dalla dittatura del Pensiero Unico.

L’autore, Massimo Abdul Haqq Zucchi.

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Il libro, già un evento in sé, si pregia della bellissima prefazione di Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita, e Segretario Nazionale del Popolo della Famiglia.

Gianfranco Amato.

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Proponiamo ai nostri lettori qui di seguito questa prefazione.

Buona lettura.

PREFAZIONE

di Gianfranco Amato

Questo è il primo libro scritto da un musulmano italiano su Papa Francesco. La sua lettura offre una visione inedita e davvero interessante del Romano Pontefice da parte di una persona di fede islamica. Si tratta di una visione scevra dal paraocchi del pregiudizio ideologico e, quindi, del tutto oggettiva.

Il dato che immediatamente colpisce il lettore è costituito dal fatto che Massimo Abdul Haqq Zucchi nell’approfondita analisi della figura di Francesco, mostra di conoscere e comprendere l’attuale Papa molto più di tanti sedicenti cattolici.

Il suo distacco religioso gli consente una serenità ed un equilibrio di giudizio che molti non si aspetterebbero da un musulmano. In realtà un serio lavoro esegetico delle affermazioni del Santo Padre e un ascolto non prevenuto delle sue parole hanno consentito all’Autore di approfondire, conoscere ed anche apprezzare il vero Bergoglio.

Le pagine di questo libro possono davvero rappresentare un’autentica sorpresa per molti lettori.

Il musulmano che osserva Francesco non è prigioniero degli schemi ideologici di chi vuole inquadrarlo tra i “progressisti” o i “conservatori”, e non conosce la gabbia identificativa giacobina e illuminista della “destra” e della “sinistra”, categorie che, peraltro, non sono automaticamente esportabili nella realtà complessa e sovrannaturale della Chiesa cattolica. Il musulmano che osserva Francesco è talmente libero nel giudizio da saper cogliere nelle parole del Pontefice aspetti che, paradossalmente, molti cattolici non riescono a percepire per stanchezza, per ottusità, per preconcetto, per indolenza, o forse semplicemente per pigrizia mentale. Il musulmano che osserva Francesco è immune dall’arrière-pensée della mentalità occidentale e riesce ad avvertire l’essenza del messaggio che oggi questo Papa si sforza con fatica di comunicare al mondo. Il musulmano che osserva Francesco è totalmente svincolato dalle polemiche torbide e limacciose della politique politicienne.

In questo libro Massimo Abdul Haqq Zucchi centra perfettamente i termini della questione quando spiega che il problema della nostra epoca non è l’Islàm, né tantomeno la sua degenerazione patologica del fondamentalismo armato, alla cui genesi, peraltro, non sono estranee alcune potenze occidentali. Il vero problema sta nella vergognosa sperequazione planetaria tra ricchi e poveri. E’ un fatto che il 10% della popolazione più ricca detenga l’87% della ricchezza mondiale, che il 50% più povero detenga solo lo 0,7% della ricchezza mondiale, e che siano solo otto superPaperoni a detenere la stessa ricchezza di metà dell’umanità. Non solo «questa economia uccide», come afferma Papa Francesco, ma è anche all’origine di quel fenomeno migratorio di massa che sta assumendo sempre più le dimensioni di una catastrofe epocale. Ha ragione Franco Cardini quando afferma che il vero nemico non è l’Islàm, ma è «il verme che sta corrompendo la terra», ovvero «l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri». Secondo lo storico fiorentino, infatti, l’Islàm paventato come una minaccia sta diventando un «dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio».

Massimo Abdul Haqq Zucchi, da musulmano, ci offre un’immagine di Papa Francesco vista dalla prospettiva di una persona che pur non appartenendo alla religione cristiana, riesce comunque a provare una stima profonda per il Capo della Chiesa cattolica. Una stima fondata sulla comune visione antropologica che scaturisce dal diritto naturale e sull’esigenza di una comune battaglia in difesa della vita, della famiglia, della libertà d’educazione.

E Massimo Abdul Haqq Zucchi non è un’eccezione. Sono molti a pensarla come lui nel mondo islamico, che resta pur sempre una realtà poliedrica e multiforme.

Il vero mondo musulmano, in realtà, apprezza gli sforzi che Papa Francesco impiega nel tentativo di scardinare la perniciosa equazione Islàm/terrorismo. Il vero mondo musulmano condivide le coraggiose denunce pubbliche di Papa Francesco contro ogni forma di reificazione della natura umana, di riduzione dell’individuo ad oggetto di transazioni economiche, come ad esempio nella barbara pratica dell’utero in affitto. Il vero mondo musulmano concorda con gli attacchi di Papa Francesco rivolti alle élite plutocratiche che pretendono di imporre la logica del mero sfruttamento in una società cinica e senza Dio. Il vero mondo musulmano approva le invettive di Papa Francesco contro le lobby massonico-mondialiste che pretendono di imporre a livello planetario l’esiziale ideologia del politically correct. Il vero mondo musulmano plaude alle sollecitazioni di Papa Francesco nel difendere la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Il vero mondo musulmano appoggia i ripetuti pronunciamenti di Papa Francesco in favore del diritto di priorità dei genitori nella scelta del genere di educazione da impartire ai propri figli rispetto allo Stato, e i pronunciamenti contro ogni forma d’indottrinamento scolastico da parte del Potere. Il vero mondo musulmano si associa alle battaglie di Papa Francesco contro le ingiustizie sociali dei poteri forti. Il vero mondo musulmano condivide le feroci critiche di Papa Francesco contro l’Europa della burocrazia asfissiante, l’Europa dell’avida finanza, L’Europa dei poteri forti, L’Europa delle consorterie massoniche, l’Europa del positivismo giuridico, l’Europa delle lobby LGBT, l’Europa del risentimento anticristiano, l’Europa del multiculturalismo scriteriato, l’Europa del “neutralismo culturale”, l’Europa senza identità e senza Dio. Il vero mondo musulmano loda le esortazioni di Papa Francesco in favore della libertà di religione, oggi sempre più minacciata da una pericolosa deriva totalitaria di impronta laicista.

Il vero mondo musulmano può arrivare a riconoscere Papa Francesco come un punto di riferimento autorevole, un’autorità morale, una guida ideale, un autentico leader di una sorta di jihād spirituale contro la dittatura del Pensiero Unico e in difesa dell’Uomo. Papa Francesco come condottiero religioso. Papa Francesco come il Comandante Bergoglio.