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IL DESTINO DI MIDA

Gramsci contro l’utero in affitto

 

Antonio Gramsci.

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Pubblichiamo queste brevi ma illuminanti considerazioni di uno dei più lucidi intellettuali italiani degli ultimi due secoli, Antonio Gramsci, sulla barbara pratica dell’utero in affitto.

Come scriveva il fratello che ci ha segnalato questo brano, lo dedichiamo “A tutti quelli che pensano di essere di sinistra perché, con il compagno Nichi Vendola, difendono l’utero in affitto, ossia una pratica abominevole, classista e mercificante”:

«Il dottor Voronoff ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno».

Antonio Gramsci
(dalla raccolta “Sotto la mole 1916 – 1920”)

Nichi Vendola con suo “marito” e il bambino nato per mezzo della barbara pratica dell’utero in affitto. Si chiama Tobia, ed è condannato, senza colpe, fin dalla nascita, a non avere una madre.

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E rispetto all’immagine qui sopra, riportiamo le parole acute del critico d’arte Vittorio Sgarbi:

“Avvezzo a guardare le immagini della maternità nei dipinti, le Madonne con il bambino di Pietro Lorenzetti, di Piero Della Francesca, di Giovanni Bellini, di Raffaello, di Klimt, di Gino Severini, ho guardato anche mamma Nichi nell’intensità del suo gesto. Ho visto, in modo esclusivo, perfino drammatico, l’amore egoistico, il desiderio di possesso, più ancora che la protezione del bambino. “Nessuno potrà strapparmelo” sembra dire Nichi. E non è l’atteggiamento materno della mamma che sostiene e scalda il bambino nella Natività di Caravaggio a Messina, ma la concentrazione ossessiva e infantile di chi stringe una cosa che non è sua. Il piccolo Tobia appare un capriccio soddisfatto. Nello stringerlo, Nichi sembra dire: “Giù le mani, è mio”. Come direbbe di un orsacchiotto di peluche o di un cagnolino. Nulla di male. Ma il bambino è una persona che ha diritto a una madre, la quale, anzi le quali, peraltro, esistono”.